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Riscoprire e valorizzare la lingua italiana

L’italiano è la sesta lingua più studiata al mondo. Un dato sorprendente, se si tiene conto che è l’idioma ufficiale solo nella nostra nazione, oltre al Canton Ticino in Svizzera e a due minuscoli Stati che complessivamente non raggiungono i 35.000 abitanti, mi riferisco a S. Marino e Città del Vaticano. Perché, dunque, l’italiano è così studiato? Nella nostra storia non abbiamo avuto imperi immensi coma la Spagna, la Gran Bretagna o la Francia, che hanno diffuso le loro lingue in in molte parti del Mondo. Sicuramente l’italiano è studiato per motivi economici, la nostra nazione è tra le sette potenze più industrializzate del pianeta ed intrattiene rapporti commerciali con i cinque continenti, ma non è il solo motivo. Già prima del 1989 in Ungheria era la lingua straniera più studiata dopo il russo, eppure i magiari non erano i nostri principali partner commerciali. L’italiano è la lingua di illustri scrittori, drammaturghi, poeti, compositori, registi. È studiata per diletto, per il piacere del sapere, perché è una lingua gradevole all’ascolto, perché permette di leggere le opere dei grandi autori senza passare attraverso la traduzione, che non sempre rende la freschezza della lingua originale, anzi. Ogni opera letteraria viene pensata e scritta dall’autore con le parole della propria lingua, non con quelle delle infinite possibili traduzioni.

È motivo di orgoglio constatare quanto l’italiano sia apprezzato nel Mondo. Eppure i primi a non valorizzare la nostra lingua, così bella e ricca di espressioni, siamo proprio noi italiani.

Se è vero che la televisione negli anni Cinquanta e Sessanta ha insegnato l’italiano agli italiani – fino ad allora si esprimevano perlopiù in dialetto – oggi sta portando i telespettatori ad un analfabetismo di ritorno. Politici, presentatori, giornalisti non azzeccano un congiuntivo: l’imperfetto congiuntivo sostituisce il presente congiuntivo in espressioni che sono tipiche del romanesco o di altri dialetti, ma non dell’italiano; talvolta si abusa del congiuntivo che sostituisce in modo inappropriato l’indicativo per tentare di sopperire all’oblio del congiuntivo. Spesso mi è capitato di sentire il termine “piuttosto” usato con valore disgiuntivo, tipico errore derivante dai dialetti lombardi. Mi fermo qui con gli esempi, ma la lista sarebbe infinita.

La televisione condiziona, si è detto sopra, è uno strumento di comunicazione di massa che forgia il pensiero dell’opinione pubblica. Purtroppo da tempo sta influenzando in modo negativo gli italiani anche per quanto concerne l’uso della lingua. Di certo non è l’unica causa del degrado culturale che stiamo attraversando in questa fase storica.

Restando in ambito linguistico, cito un altro dato riportato due anni fa da un noto quotidiano nazionale: i diplomati del liceo classico del 1976 conoscevano il triplo delle parole dei diplomati dello stesso grado di quaranta anni dopo. Un dato a dire poco terrificante e allarmante al contempo. In quaranta anni due terzi delle parole si sono perse. Quanto è povero allora il vocabolario di un diplomato di un istituto tecnico o professionale? Quanto è povero il linguaggio di chi non raggiunge il diploma? E quanto è povero il linguaggio di chi, ormai adulto, non frequenta la scuola da tempo e abitualmente non legge? Eppure la parola è il primo strumento di comunicazione che l’uomo ha inventato. Chi non conosce la propria lingua come può capire un testo scritto? un giornale, un libro, una e.mail di lavoro e altro ancora? Non solo, con la parola si esprimono idee, ma se non si ha una buona padronanza della lingua non si è in grado di trasmettere alcuna idea. Nel film Palombella Rossa di Nanni Moretti il protagonista Michele Apicella, interpretato dallo stesso Moretti, affermava:”Chi parla male pensa male”. Come dargli torto. È difficile generare un pensiero, un’idea, se non si conoscono le parole per esporla.

Restando in ambito cinematografico, provate a chiedere ad una persona con la quale avete appena visto un film di esprimere un giudizio sulla pellicola appena visionata, o provate voi stessi a formularlo. Spesso il confronto su un film si liquida in una breve battuta: “Mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, “è bello”, “è brutto”. Ciò non significa necessariamente che il film non abbia suscitato emozioni, ma talvolta non si trovano i termini adeguati per poterli esprimere. È anche vero che la scuola ci educa alla lettura e alla comprensione di un testo, non al linguaggio cinematografico, ma questo è un altro discorso che non si può affrontare qui. Al di là di ciò, spesso si fatica a trovare i termini appropriati all’oggetto del discorso, si riciclano i soliti vocaboli per qualsiasi situazione. Mentre scrivo mi vengono in mente i calciatori che alla vigilia di ogni partita ripetono la solita litania: “Spero di far bene”. Mi chiedo se il termine “giocare” sia diventato troppo complicato da usare.

Che fare per evitare tale impoverimento? Leggere. Eppure gli italiani non leggono più. Sono circa trentatré milioni le persone con più di 6 anni che dichiarano di non aver letto neanche un libro in un anno (dato del 2016), stiamo parlando del il 57,6% della popolazione italiana. Nella maggior parte dei casi i non-lettori sono maschi, visto che la percentuale di chi non legge è del 64,5% tra gli uomini contro il 51,1% delle femmine. Passando alle fasce d’età, tra i 25 e i 74 anni, i non lettori uomini sono il 64%, toccando picchi del 72,9% nella fascia dai 75 anni in su.

Le donne che non leggono superano il 50% solo nella fascia oltre i 65 anni, mentre tra gli 11 e i 24 anni a non leggere tra le ragazze sono il 40%. Questi sono i dati di chi non legge nemmeno un libro, non possiamo considerare “lettori” coloro i quali leggono uno o due libri l’anno. Se dovessimo aggiungere anche queste persone alle percentuali sopra riportate il numero degli italiani non-lettori aumenterebbe ulteriormente.

Per quale motivo la conoscenza della lingua italiana è fondamentale in una scuola professionale che avvia i propri studenti alla professione di estetista o parrucchiere? La risposta è talmente ovvia che d’istinto preferirei non darla. Ho una sorta di repulsione verso le domande inopportune e verso le ovvietà, tuttavia ritengo che sia utile esplicitarla perché mi rendo conto che talvolta possa risultare oscuro ai più ciò che dovrebbe essere chiaro come il sole. Ma non vorrei dilungarmi oltre. Recenti sondaggi dimostrano che l’italiano medio è refrattario alla lettura di un testo lungo, pertanto, cari lettori e care lettrici, potrete leggere le mie argomentazioni nel prossimo articolo.

Fernando Scarlata

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